EMILIO SCANAVINO / I legami della libertà

Artista: Emilio Scanavino, Titolo: I legami della libertà, Curatore: Sandro Parmiggiani

21 Ottobre 2010 – 29 Gennaio 2011

Tra la fine del 1953 e l’inizio del 1954, Emilio Scanavino approda a un proprio stile peculiare. Esso si fonda su due elementi: un segno libero, che s’addensa e si organizza in un nucleo autonomo – icone, sindoni, fantasmi venuti da un mondo lontano, dentro un vuoto spazio che li protegge e li imprigiona, in cui s’alternano superfici luminose e impenetrabili zone di buio e di tempesta; un ordine compositivo e un’organizzazione spaziale che s’incarnano nelle forme della geometria, e che determinano la collocazione dei nuclei di segni in sequenze verticali o orizzontali, con, a partire dal 1964, la comparsa di elementi architettonici (porta, finestra, soglia, lunetta), e poi nettamente propri della geometria stessa (triangolo, cerchio, quadrato, ovale, trapezio), di quadrettature che segmentano il quadro (gli Alfabeti senza fine), e, successivamente ancora, a partire dagli anni Settanta, di aperte allusioni a forme naturalistiche (insetti, chiocciole, ecc.), ridotte a nitide, folgoranti sintesi geometriche.

A questo senso straordinariamente acuto dell’impaginazione dei nuclei di segni e dei centri di gravità dentro lo spazio del quadro, Scanavino affianca un terzo elemento meramente concettuale, che sotterraneamente pervade tutta la sua opera – citiamo, ad esempio, la serie di dipinti in cui, su un cavalletto di cui lui si limita a disegnare il profilo, colloca un suo tipico quadro – nella mostra c’è uno splendido esemplare di questo brevissimo ciclo, Come l’edera, che dimostra come Scanavino abbia voluto qui raffigurare la riflessione, che andava conducendo, sul senso profondo del dipingere, una sorta di folgorante diario visuale del mestiere di pittore.
Non si può infine tralasciare di annotare che l’opera dell’artista è permeata di un senso profondo di spiritualità, di latente misticismo, di un continuo, sotterraneo dialogo con ciò che potremmo chiamare “il sacro”, “il mistero delle cose” – aspetti che sono talvolta esplicitamente richiamati dai titoli di singoli suoi dipinti. Queste sommarie osservazioni ci confermano quanto possa essere stata superficiale la generica incasellatura di Scanavino tra i pittori “informali”.

Si sente, nell’opera di Scanavino, il respiro profondo di un’epoca, segnata dalla memoria delle tragedie della guerra, dell’Olocausto e di Hiroshima, e da un’inquietudine, da un “male di vivere” per un futuro che spesso appare buio, sospeso nel vuoto: l’artista, dentro il clima dell’esistenzialismo e della fenomenologia, sente l’esigenza di “guardarsi dentro” e di fare approdare sulla tela, in quelli che Sandro Parmiggiani, nel testo del catalogo, definisce “grovigli di segni, lacerti di forme, trasalimenti dell’anima, respiri di vite e pulsazioni di cuori ignoti presi in un vortice con qualche irruzione di fiotti di sangue”, “quel tormento, quell’inquietudine, quell’angoscia che non danno tregua”.

“Scanavino approda così a un suo modo di esprimersi in forma di pittura che presto sarà il suo, e solo il suo. Lo aiuta, in questa conquista, lo sguardo sulla natura, sul volto, visibile o segreto, direi sempre auscultato, delle montagne e delle campagne della sua Liguria: sappiamo, dalle fotografie da lui scattate, che Scanavino è affascinato dalle tele di ragno che magari hanno catturato un ostaggio o una preda, dai contorcimenti dei fili spianti, dalle compenetrazioni di materiali, dai nodi che la sapienza dei contadini è venuta nel tempo elaborando… Aggiungiamo che Scanavino ma teme di guardare dentro il proprio destino, mai sceglie di passarvi accanto, ma di immergervisi e di afferrarne brandelli di rivelazione: in questo modo, interiorità, sguardo sulla natura, sensibilità estetica si fanno opera che non è fine a se stessa, ma che diventa un ponte tra sé e gli altri”.

SANDRO PARMIGGIANI