ROSASPINA BUSCARINO CANOSBURI / Opere 1997-2002

Artista: Rosaspina Buscarino Canosburi, Titolo: Opere 1997-2002,

A cura di: Martina Corgnati

22 Maggio – 12 Luglio 2003

L’opera di Rosaspina Buscarino Canosburi è nata e ha preso forma in una condizione di tempo riservato, quasi al riparo da quella popolosa dimensione pubblica dove oggi idee e oggetti vengono consumati in fretta, e al riparo persino della necessità di porsi come fatto compiuto, preferendo invece a tutto questo il silenzio e il lavoro quasi segreto, l’indeterminatezza di una sospensione gravida di aspettative. Non a caso l’artista lavora sull’occultamento, realizzato o per via di sottrazione (strappo, cancellazione) o per via di addensamento (stratificazione, copertura).

Intravediamo come in trasparenza in queste opere un riferimento alla cultura classica e alla necessità, primaria, della parola. Alla base di tutto c’è la parola, la parola ordinaria, nei primi anni Novanta  prelevata di peso magari da un giornale e riportata sulla tela o sulla tavola. Poi su questo fondo, significativo nella sua consistenza, non nei suoi significati (destinati comunque alla sparizione totale negli più recenti), si svolge un processo di apposizione di segni, che allora erano semplicemente tracciati, delineati o scavati negli spessori della materia addensata e memore di un’importante cultura informale, ma ora sono diventate pieghe, talvolta immobilizzate in una rigidità che ricorda i caolini di Manzoni e che, tuttavia, articolate come sono con il segno, ne dichiarano il distacco.

E a partire dal fondo, che ci viene consegnato soltanto come preesistenza nota ma invisibile, l’artista procede secondo percorsi distinti, che danno luogo a diverse serie di opere compresenti e necessarie le une alle altre: i Corpi d’Ombra, dove il panneggio vive nella pienezza di un corpo plastico soggetto alla gravità e ben rilevato rispetto alla superficie che lo accoglie; i Sillabari, dove è evidente la memoria del libro, della pagina, della parola, risolta in pure trame segniche e modulari; e il Toconoma (da “Tòkos”, il venire alla luce in greco, dunque l’apparire, e “tho” la tocca lombarda, cioè il drappo), lavori dalla consistenza decisamente plastica, tele vestite da un panneggio in rilievo da cui emerge appena accennata la sagoma di un quadro non violato da alcuna immagine.

Il “discorso” di Rosaspina Buscarino Canosburi non ha una matrice concettuale, bensì si sostanzia di forme, spazi e colori, da cui il senso, per così dire affiora da solo. Per esempio l’insistenza con cui segni e campiture cromatiche tendono ad impostarsi attorno ad un doppio asse, una linea verticale sovrastata da una orizzontale, una specie di schema a T o a croce latina, che conserva in sé la memoria e l’essenza del volto, anzi sembra configurare la semplice forma archetipica su cui la struttura del volto umano si modella, un codice binario di nero e di colore, di segno e di materia.